Piazza Ghino di Tacco
Una piazza legata al leggendario brigante buono della Val d’Orcia e una storia che inizia la notte di Natale.
Architettura | BORGHI E MUSEI
Piazza Ghino di Tacco

Radicofani, SI

La piazza Ghino di Tacco era una delle due piazze del quartiere Borghicciolo, nella parte bassa del paese di Radicofani, aggiunta al borgo altomedievale tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Trecento. La piazza aveva al suo interno una cisterna pubblica, che è andata distrutta da una risistemazione degli anni ‘60.

L’INCREDIBILE STORIA DI GHINO  DI TACCO

Ghinotto, detto Ghino, nasce nella località de La Fratta, vicino Sinalunga, membro della famiglia ghibellina dei Cacciaconti. La notte di Natale del 1297, Ghino si impossessò del Castello di Radicofani .

Nella prima metà del Duecento, la  famiglia di Ghino si annoverò fra le protagoniste della vita politica senese. Addirittura un membro della famiglia Cacciaconti, Aldobrandino di Guido, divenne Podestà di Siena. 

Quando a Siena  si stabilì un governo di parte guelfa si manifestò subito la diffidenza verso gli antichi signori, e si cercò di cancellare la signoria dei Cacciaconti. 

Risalgono alla fine del Duecento le imprese dei fratelli Tacco e Ghino di Ugolino Cacciaconti, rispettivamente padre e zio di Ghino che, a capo di un movimento di resistenza anti-guelfa, avevano assaltato alcuni castelli controllati dai guelfi senesi venendo ben presto considerati  nemici pubblici della Repubblica, tanto che nei loro confronti scattò la condanna di pena di morte. 

Nel 1285 il padre di Ghino venne catturato, processato e giustiziato nella Piazza del Campo dal giudice aretino Benincasa da Laterina. 

Qui entra in scena la figura del figlio.

Il giovane Ghino, spinto dal codice cavalleresco medievale, è indotto a salvare l’onore della famiglia e si rifugia nella Val d’Orcia, dove riesce a impossessarsi del Castello di Radicofani. Così Ghino cercò la vendetta per il giudice che aveva fatto condannare il padre, andò a Roma e, vestito da frate, gli tagliò la testa e la portò a Radicofani come trofeo. 

L’accadimento è citato da Dante Alighieri nel canto VI del Purgatorio “Quiv’era l’Aretin che dal le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte”. 

Negli anni in cui il rifugio di Ghino fu Radicofani, si narra delle sue scorrerie e degli agguati a scapito dei viaggiatori che transitavano lungo la Via Francigena.

Lo storico Benvenuto da Imola ci narra che era molto prodigo verso gli studenti, visto che lui stesso era stato studente presso la Facoltà di Medicina di Siena. Si limitava a derubare i più facoltosi e lasciava libero transito ai poveri.

Giovanni Boccaccio nella X giornata del Decamerone, ci racconta il rapimento dell’Abate di Cluny, che nel viaggio di ritorno da Roma, diretto verso le terme per curare il suo mal di stomaco, cadde nell’imboscata tesa da Ghino di Tacco, il quale lo rinchiuse in una delle torri della fortezza.

Nel tempo che rimase prigioniero, l’abate fu sottoposto a una dieta rigorosa che prevedeva pane abbrustolito, qualche fava secca e un bicchiere di vernaccia. Il prelato si ristabilì e rimase conquistato dalla personalità di Ghino tanto che intercedette verso Papa Bonifacio VIII perché gli togliesse la scomunica inflitta per la presa del Castello di Radicofani, di proprietà papale. 

Il Papa concesse il suo perdono e lo nominò addirittura Cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri di San Giovanni.

Ghino sentendosi libero ritornò nei suoi possedimenti in Val di Chiana ma fu ucciso, probabilmente da un sicario della Repubblica di Siena o nel 1303 o nel 1313. 

Molti sono gli appellativi utilizzati per descrivere la figura di Ghino di Tacco: il brigante gentiluomo; il Falco della Val d’Orcia; il Robin Hood della Val d’Orcia, che hanno reso immortale la stravagante personalità del personaggio.